Storie affascinanti custodite dalla memoria popolare e tramandate sino ai giorni nostri. Si racconta che nella ciottolosa spiaggia della Marinella, alle pendici del gigantesco Sant’Elia, sbarcò il feroce Dragut con le truppe di disaraceni e, prima di lui, trovò ristoro Enea insieme ai valorosi compagni, ormeggiando le sue navi durante i viaggi nel Mediterraneo.

E fu proprio nell’incantevole baia della Marinella che ebbe origine l’avvincente leggenda di Aiace. Si narra che, sulla via del ritorno dalla guerra di Troia, l’impavido eroe greco, secondo per forza e valore solo al cugino Achille, approdò con la sua nave nello specchio di mare sottostante il Sant’Elia, per riposarsi e dissetarsi. Arrampicatosi sopra una spuntone di roccia, perse il suo arco che scivolò nelle acque profonde per non tornare più indietro. Qualcuno sostiene che anche l’eroe qui perse la vita, inabissandosi insieme alla sua inseparabile arma. Proprio per questo lo scoglio, estrema propaggine della montagna, da allora in poi si chiamò Pizzo dell’Arco di Aiace, meglio noto tra la gente del luogo come Punta dell’Arcudaci.

E ancora oggi, nelle notti di luna piena, mentre il canto triste e melodioso di Donna Canfora dal fondo del mare di Pietrenere si propaga tutto intorno e la follia di Oreste soffia insieme al maestrale, il fantasma di Aiace appare, col volto terribilmente affranto, sulla spiaggia della Marinella, in cerca del suo invincibile arco.

 

E’ fra i punti d’immersione più suggestivi della Costa Viola. A trenta metri di profondità si apre questa magnifica grotta passante la cui uscita è costituita da due archi. Pareti a volta sono tappezzate di spugne ed esattamente al centro della grotta sale dal fondo una nacchera di medie dimensioni.

Uno scenario davvero grandioso, ma non è finita qui. Attraverso gli archi si giunge a un balcone di sabbia che cade giù in un gran paretone rivestito di gorgonie rosse, molte delle quali ricoperte di grappoli di claveline e di filigrana di mare. Davvero una gran bella immersione!

 

Percorrendo la parete verticale che da Punta Motta va verso Nord, alla profondità di circa 15 m ci si imbatte nella volta d’ingresso di un’enorme grotta, nota come “Grotta delle Sirene”, il cui fondo è un breve pianoro sabbioso a circa 25 m. Più in giù, la parete continua a sprofondare nel blu fino a batimetrie impegnative.

La grotta è suddivisa in più ambienti, con tre camere principali, di cui l’ultima è una cavità di ridotte dimensioni in cui si trova una bolla d’aria respirabile, decorata da numerose stalattiti sulla volta. La penetrazione all’interno è permessa solo a sub esperti ed in possesso di apposito brevetto. La visibilità è generalmente ottima e, dall’interno della prima ampia camera, la visione della grande apertura d’ingresso aperta sul blu del Tirreno è impagabile. Negli anfratti della grotta si trovano numerosissimi gamberetti di varie specie, soprattutto Plesionika narval, ma anche molti gamberi meccanici (Stenopus spinosus).

Dove batte il sole, sulle pareti laterali, è possibile ammirare i colori vivaci di spugne, alghe rosse, tunicati e celenterati, fra i quali vivono mimetizzati piccoli scorfani e varie specie di nudibranchi, dalle vacchette di mare (Discodoris atromaculata) ai numerosissimi doride di Orsini (Hypselodoris orsinii). Risalendo verso l’uscita della grotta fitti banchi di castagnole (Chromis chromis) ed Anthias anthias ci accompagnano verso la superficie nell’azzurro dell’acqua cristallina.

 

Quando i Ruffo di Calabria, da Sinopoli, sono scesi a Bagnara per ampliare i loro poderi, dove oggi sorge il Castello Ducale vi era una fortezza militare, sotto la quale vi erano le carceri.

I Ruffo trasformarono questa fortezza in un Castello Ducale per abitarvi. Certamente, sotto il letto non potevano tenersi i carcerati, così decisero di trasferirli altrove. Una parte fu mandata per i disboscamenti; un’altra parte per la costruzione di vari muri, strade e via discorrendo; i più pericolosi, invece, li mandarono con delle zattere in un tratto della costa tra Bagnara e Palmi, che oggi chiamiamo Pietra Galera, dove vi era una cava di pietra. Qui estraevano la pietra, la tagliavano, la caricavano sulle zattere e la spedivano agli abitanti del paese che la utilizzavano per svariate costruzioni.

Ecco perché questa zona costiera si chiama Pietra Galera. Sebbene il passare dei secoli, ancora oggi ci siano tracce di questo smantellamento della roccia che avveniva anni orsono.

 

Si affaccia sul mar Tirreno, è situata a ridosso delle pendici del Monte Sant'Elia, su di un breve tratto pianeggiante che si affaccia sulla Costa Viola.

Risalendo i tornanti della strada che collega la Marina di Palmi al centro storico cittadino, di fronte al teatro è collocato il Belvedere Motta. Dall'affaccio è possibile ammirare, oltre alla sottostante baia della Marinella ed al soprastante monte Sant'Elia, tutta la costa Viola nella sua interezza, da Punta Pezzo di Palmi fino allo Stretto di Messina, con la Sicilia e le Isole Eolie sullo sfondo. Particolarmente visibili sono i centri abitati di Bagnara Calabra e di Scilla.

Il Teatro sorge in uno scenario naturale tra l’azzurro del mare, il verde dei fianchi del Sant’Elia e le chiome argentate degli uliveti secolari. Prende il nome dalla località Motta che anticamente era un presidio bizantino che veniva costruito in luoghi elevati dai quali era possibile avvistare chi veniva dal mare.

 

Il 25 luglio del 1943, un’enorme motonave partita da Siracusa e diretta a Napoli, affondava in seguito ad un bombardamento a largo di Palmi, inabissandosi in assetto di navigazione a 108 metri di profondità.

Quella nave era il Viminale, maestosa imbarcazione progettata e costruita nei cantieri S. Rocco di Trieste nel 1925, inizialmente destinata al trasporto dei passeggeri ed inseguito, durante la II Guerra Mondiale, convertita per il trasporto delle truppe.

Il relitto è rimasto inesplorato fino al 2000, quando un gruppo di subacquei palmesi del Centro Immersioni “Costa Viola”, Rocco Tedesco e Giuseppe Dato, insieme ad altri sommozzatori italiani tra i più bravi, spinti dalla curiosità per quell’enorme imbarcazione affondata decenni fa, di cui i pescatori della Tonnara parlavano spesso, lo hanno ritrovato, dopo diverse settimane di ricerca.

140 metri di lunghezza per 18 metri circa di larghezza ed una portata di 8675 tonnellate. Questi i numeri della motonave Viminale, il Titanic italiano, che al suo interno aveva numerose cabine di I e II classe, saloni immensi, sale dedicate ai fumatori, sale lettura e sale studio, rimaste pressoché intatte dopo l’inabissamento.

Il Viminale dal giorno del ritrovamento è meta di numerosi subacquei tecnici, che usano particolari mix di gas da respirare e sofisticate attrezzature per raggiungere i 108 metri di profondità. Inoltre, un gruppo di 13 sub provenienti dalla Francia, dal Belgio, dalla Polonia e dall’Olanda, ha fatto tappa a Palmi, per esplorare il meraviglioso relitto bellico. A guidare la spedizione il sub Aldo Ferrucci. Per l’occasione Linea Blu, il  programma sul mare di Rai Uno, ha inviato le proprie telecamere, guidate da Roberto Rinaldi, per effettuare le riprese del relitto e della spedizione che sono andate in onda su Rai Uno.

 

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